"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, aprile 15

Don Carlo Bernabeo, un uomo al servizio della comunità


Associazione Ortonese di Storia Patria

Mercoledì 17 aprile 2013 alle ore 17.30, nella Biblioteca Diocesana in Largo Riccardi (Ortona), in ricordo di un grande concittadino e medico, conversazione su:

"Don Carlo Bernabeo, un uomo al servizio della comunità"

Intervengono:
- Prof. Antonio Falcone
- Dott. Andrea Fiamma

I cittadini sono invitati


Pagina dell'evento su facebook: qui

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Durante la conferenza verrà ricordata la figura del medico ortonese Carlo Bernabeo, uomo molto stimato ed eccezionalmente amato dai suoi concittadini per le qualità umane, per la dedizione alla professione e per aver dedicato la vita alla cura degli altri.

Verrà inoltre presentato il libello filosofico Tra lagrime e Sorrisi. L'equilibrio nel sogno della vita, estratto da una conferenza che il giovane Carlo, allora 28enne, tenne in Ortona. Il testo venne poi pubblicato da "Arte della Stampa" di Pescara. Qui Carlo Bernabeo dimostra una solida e rara cultura filosofica e letteraria, che di certo servì da sostegno nello svolgimento della professione.

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Chi fu Carlo Bernabeo?
dal sito Ortonaamare

Nato in Ortona il 23 febbraio 1898, studiò medicina a Napoli dove fu allievo dello zio Gaetano Bernabeo. Ben presto esercitò la professione libera come medico in Ortona. Correva sempre presso quanti lo chiamavano per assistere i malati, non badando mai a ricompense varie. Fu anche direttore sanitario dell'Ospedale Civile per lunghi anni, impegnandosi al massimo in questo incarico e potenziandone i servizi.

Durante gli eventi bellici del 1943- 44, e lungo tutto il periodo della cruenta battaglia di Ortona, assistette con passione e slancio tutti i feriti e i malati, scrivendo tra l'altro un memorabile diario di quelle giornate, vissute all'interno dell'Ospedale assediato, pagine ricche di grande umanità.

Negli anni venti si dedicò anche all'impegno amministrativo, ricoprendo la carica di assessore al Comune, e impegnandosi in tale veste soprattutto in favore della cultura e della scuola. Fu anche un ottimo conferenziere; pubblicò diversi opuscoli di cultura generale e di ricerca medica.

Si spense in Ortona il 19 marzo 1968.
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sabato, aprile 13

I SIMPOSIO INTERNACIONAL CUSANO EN LATINOAMÉRICA DE JÓVENES INVESTIGADORES: "La Dimensión Simbólica del Pensamiento de Nicolás de Cusa. Su Genealogía y Proyección".



FUNDAMENTACIÓN
Nicolás de Cusa (1401-1464) ha definido a la máxima doctrina de la ignorancia como un camino simbólico de investigación por medio del cual busca alcanzar una comprensión de lo incomprensible de un modo incomprensible. Desde esa perspectiva abierta y múltiple el Cusano ha abordado cuestiones teológicas, filosóficas, antropológicas, éticas, estéticas y políticas con gran originalidad y profundidad. En aquellas indagaciones concurren, como guías u orientaciones, símbolos, imágenes, metáforas y/o enigmas (muchos de ellos asimilados de la tradición de la que se sabe heredero), cuya fuerza reside en volver visible lo invisible. Frente a la centralidad de la dimensión simbólica del pensamiento cusano y el efecto que ha ejercido en la filosofía moderna y contemporánea, invitamos a participar en este I Simposio Internacional Cusano de Jóvenes Investigadores no sólo a aquellos que frecuentan la obra de Nicolás de Cusa sino también a quienes desde sus propios intereses filosóficos deseen contribuir a un fecundo intercambio en torno de las fuentes, la originalidad y la proyección de la dimensión simbólica del pensamiento cusano.

COMITÉ ACADÉMICO
Klaus Reinhardt (Cusanus Institut, Trier-Alemania)
Walter Euler (Cusanus Institut, Trier-Alemania)
Harald Schwaetzer (Kueser Akademie, Bernkastel Kues-Alemania)
Francisco Bertelloni (Sección de Estudios de Filosofía Medieval, Universidad de Buenos Aires, Argentina) Jorge Machetta (Universidad del Salvador, Argentina)
Claudia D'Amico (Universidad de Buenos Aires, Argentina)
João María André (Universidad de Coimbra, Portugal)
Gianluca Cuozzo (Universidad de Turín, Italia)
Peter Casarella (DePaul University, Chicago-Estados Unidos)
Oleg Dushin (Universidad de San Petersburgo, Rusia)
Oscar Federico Bauchwitz (Universidade Federal do Rio Grande do Norte, Brasil)

COMITÉ EJECUTIVO
Victoria Arroche (Universidad de Buenos Aires, Argentina)
Martín DʼAscenzo (Universidad de Buenos Aires, Argentina)
José González Ríos (Universidad de Buenos Aires, Argentina)
Paula Pico Estrada (Universidad Nacional de San Martín, Argentina) Alexia Schmitt (Universidad del Salvador, Argentina)

SECRETARÍA
Natalia Strok (Universidad de Buenos Aires, Argentina) Sonia Ortega (Universidad de Buenos Aires, Argentina)

Más: http://www.simposiocusano.com.ar/
Enviar correspondencia a: I SIMPOSIO INTERNACIONAL CUSANO DE JOVENES INVESTIGADORES. Sección de Filosofía Medieval, Instituto de Filosofía “Dr. Alejandro Korn”, Facultad de Filosofía y Letras, Universidad de Buenos Aires, Puán 480, Piso 4o, of. 436 (1406), Buenos Aires, Argentina.


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FIRST CUSANUS INTERNATIONAL SYMPOSIUM OF YOUNG RESEARCHERS: "The Symbolic Dimension of Nicholas of Cusaʼ s Thought. Its Genealogy and Projection"


ARGUMENT
Nicholas of Cusa (1401-1464) has defined the maximal doctrine of ignorance as a symbolic way of investigation, through which he tries to reach an understanding of the incomprehensible in an incomprehensible manner. On the basis of this open and multiple perspective, Cusanus has elaborated theological, philosophical, anthropological, ethical and political questions with great originality and depth. Symbols, images, metaphors and/or enigmas, whose strength consists in turning visible what is invisible, concur as guides or orientations in his inquiries, most of them assimilated from the tradition he inherits. Considering the centrality of the symbolic dimension in Nicholas of Cusa s ́ thought and the effect that it has caused in Modern and Contemporary Philosophy, we invite you to participate in the First Cusanus International Symposium of Young Researchers. The invitation is adressed not only to those who frequent Nicholas of Cusaʼ s work, but also to other researchers who, on the basis of their own philosophical work, wish to contribute to a fecund interchange, concerning the sources, the originality, and the projection of the symbolical dimension of Nicholas of Cusaʼ s thought.

ACADEMIC COMMITTEE
Klaus Reinhardt (Cusanus Institut, Trier-Germany)
Walter Euler (Cusanus Institut, Trier-Germany)
Harald Schwaetzer (Kueser Akademie, Bernkastel Kues-Germany)
Francisco Bertelloni (Section of Medieval Philosophy Studies, University of Buenos Aires, Argentina) Jorge Machetta (University of Salvador, Argentina)
Claudia D'Amico (University of Buenos Aires, Argentina)
João María André (University of Coimbra, Portugal)
Gianluca Cuozzo (University of Torino, Italy)
Peter Casarella (DePaul University, Chicago-United States)
Oleg Dushin (University of St. Petersburg, Russia)
Oscar Federico Bauchwitz (Universidade Federal do Rio Grande do Norte, Brazil)

EXECUTIVE COMMITTEE
Victoria Arroche (University of Buenos Aires, Argentina)
Martín DʼAscenzo (University of Buenos Aires, Argentina)
José González Ríos (University of Buenos Aires, Argentina)
Paula Pico Estrada (National University of San Martín, Argentina) Alexia Schmitt (University of Salvador, Argentina)

SECRETARIAT
Natalia Strok (University of Buenos Aires, Argentina) Sonia Ortega (University of Buenos Aires, Argentina)
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venerdì, aprile 12

Platone: "conoscere è ricordare"

Questa mattina ci soffermiamo brevemente sul Menone, che forse è l'opera dove più di ogni altra viene tematizzata conoscenza come attività di metempsicosi. Nel passo 81b, Socrate introduce il nostro tema sostenendo l'immortalità dell'anima e appoggiandosi anche ai versi di Pindaro; egli afferma che «essa ha un suo compimento – che si dice morire –, ora rinasce, ma che mai essa va distrutta […]. L'anima, dunque, poiché immortale e più volte rinata, avendo veduto il mondo di qua e quello dell'Ade, in una parola tutte quante le cose, non c'è dubbio che abbia appreso». Alla dottrina della metempsicosi, segue la concezione secondo cui la conoscenza sia fondamentalmente un processo di ricordo di idee innate nell'anima, che l'esperienza in questo mondo e la percezione sensibile contribuiscono a “risvegliare”: «non v'è dunque da stupirsi se può fare riemergere alla mente ciò che prima conosceva della virtù e di tutto il resto. Poiché […] ha tutto appreso, nulla impedisce che l'anima, ricordando (“ricordo” che gli uomini chiamano apprendimento) una sola cosa, trovi da sé tutte le altre […]. Cercare ed apprendere sono, nel loro complesso, reminiscenza». Platone lo testimonia con un lungo racconto, in cui Socrate mostra a Menone come egli sia riuscito a far “ricordare” ad un servo alcune importanti proprietà di un triangolo tracciato sulla sabbia. Se le idee sono innate nella mente, che le conobbe prima di “cadere” nel corpo e proprio a causa della “caduta” sono state dimenticate, allora l'attività di ricerca non dovrà dirigersi verso il l'esterno, i sensi e le percezioni – come nel modello aristotelico; anzi, poiché l'unione con il corpo fu proprio causa dell'oblio, affidarsi ai sensi diventa una strategia controproducente: per ricordare sarà necessario, al contrario, allontanarsi dal corpo. La conoscenza consiste quindi in un'attività di riflessione su se stessi, di distacco, di «morte del corpo» e di «intimità» nell'anima, dove, più propriamente, risiedono le forme e le conoscenze dei principi.
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domenica, marzo 10

Massimo Cacciari e Marco Vannini, Introduzione a Meister Eckhart

Segnalo il video della discussione su Meister Eckhart tenutasi a Milano lo scorso 4 febbraio, in occasione della traduzione dei Commenti all'Antico Testamento, a cura di M. Vannini, ed edita per la Bompiani. Gli spunti che possiamo trarre dalla presentazione sono ovviamente tanti e, non potendoli riassumere adeguatamente, rimando alla visione del filmato stesso; un elemento però volevo sottolineare. Nel corso dell'argomentazione è emersa difatti la motivazione per cui a mio avviso - come scrivo da tempo sulla Cittadella - oggi è necessario tornare a studiare il neoplatonismo; ovvero: la tradizione neoplatonica è l'unica che, nella sua radicalità, saprebbe rispondere alle grandi questioni poste dalla filosofia contemporanea e dalla post-modernità:

i) La prima è che l'idea di Dio sarebbe una mera trasposizione del soggetto in un qualcosa di assoluto e che questo emergerebbe dallo stesso parlare-religioso, in cui Feuerbach aveva ravvisato la proiezione delle categorie umane e Freud aveva creduto di vederci la patologia, cioè uno strano rapporto dell'uomo con la figura del padre. Werner Beierwaltes in Denken des einen ha dimostrato ampiamente che il neoplatonismo - "soprattutto" il neoplatonismo, direi, ma ad esempio anche tanta tradizione domenicana e agostiniana - non avrebbe potuto soggiacere all'errore dell'onto-teologia, come lo descriveva Heidegger, perché esso ha sempre voluto pensare l'Hen come ciò che fosse ab-soluto da ogni Nome (umano); persino da quello di Dio. Per cui Meister Eckhart si inserisce pienamente in questa (ideale) corrente filosofica quando afferma che l'unica vera preghiera da rivolgere a Dio dovrebbe essere quella di liberarci da Dio stesso - scandalosa proposizione per i censori della Santa Sede, che vi ravvisarono esclusivamente l'eco di alcuni temi dei Fratelli del Libero Spirito (una setta che peraltro Eckhart critica più volte nei suoi Sermoni). Per cui studiare il neoplatonismo significa saper fronteggiare la dissoluzione della metafisica grazie ad un pensiero <forte>, che non si è visto scalfito dal tramonto dell'Occidente - per parafrasare Spengler.

ii) Il secondo motivo per cui il neoplatonismo oggi rappresenterebbe una risposta estremamente attuale e una strada efficace di ricerca è che esso riesce a presentare una concezione della Verità talmente <forte>, appunto, da non vedersi secolarizzata dal mondo. Infatti una delle conseguenze immediate della post-modernità è che la Verità viene "abbassata" a un valore tra gli altri, ad un elemento di contrattazione per cui ogni valore sarebbe sullo stesso piano; all'inverso il neoplatonismo sottolinea come la Verità sia formalmente distinta dal suo contenuto veritativo e che essa si situi ad un livello più alto e perciò stesso irriducibile al suo contento. In altri termini: i neoplatonici spiegano che l'Hen (la Verità) precede l'Essere (il vero) e il Logos (in cui il vero si dimostra tale "svolgendosi", come nei Dialoghi platonici). Ecco perché la Verità è presupposto inamovibile di ogni Logos, dunque di ogni valore; e per questo, essa non può essere secolarizzata a valore tra gli altri.


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martedì, febbraio 26

Meister Eckhart, uno dei migliori lettori di Agostino

di Marie-Anne Vannier,  in La Vie spirituelle, n. 768, gennaio 2007, p. 73.
Traduzione italiana di Fausto Ferrari

Fra gli autori a cui Eckhart si riferisce, il nome di Agostino è quello che ritorna più spesso. Ed è ancora Agostino che Eckhart cita per introdurre il suo ciclo di sermoni sulla nascita di Dio nell’anima. Ora, l’osservazione di Agostino di cui egli si serve: “Che questa nascita si produca sempre, a che cosa mi serve se non si produce in me [1]?” non è fortuita, ma dà proprio il senso del suo ciclo di predicazione sul Natale. Più in profondità ci fa comprendere che Eckhart non cita Agostino soltanto per convenzione, come può fare ogni buon teologo medievale, ma piuttosto che trova nel vescovo di Ippona proprio il banco di prova del suo pensiero. D’altronde lo attesta lui stesso quando dedica a sant’Agostino uno dei primi suoi sermoni latini, pronunciato nella festa di sant’Agostino, o il 28 agosto 1302 o il 23 febbraio 1303; in esso egli lo presenta, mediante l’immagine del “vaso d’oro ornato di pietre preziose” [2], come la figura eckhartiana per eccellenza: quella dell’uomo nobile, che corrisponde al terzo punto del suo programma di predicazione, quale è presentato nel Sermone 53. Non soltanto, sottolinea Eckhart, sant’Agostino “è onorato a causa della nobiltà della materia (...). Era infatti un buon teologo, un logico di prim’ordine e un moralista eminente [3]”, ma inoltre “trattandosi del divino, emette le sue conclusioni in parte con l’aiuto delle conclusioni dei suoi predecessori, in parte mediante esempi presi dall'esterno, ma in parte egli contempla l’essere divino senza ricorrere ad alcun supporto materiale (...). Così il teologo è dotato di una duplice conoscenza: l’una in uno specchio e in enigma (1 Cor 13,12), l’altra in uno specchio e nella luce [4]”. Questo indica che Eckhart vede in Agostino un teologo e insieme un mistico, e con questo apre il dibattito sulla mistica di Agostino, che è stato ripreso al Congresso agostiniano del 1954 e al quale L’Encyclopedie saint Augustin fa spazio, consacrandovi un lungo articolo [5].

Nel Sermone tedesco 16b che è un po’ più tardo, Eckhart dice di nuovo che “sant’Agostino è paragonabile a un vaso d’oro forte e stabile che porta in sé la nobiltà di tutte le pietre preziose [6]” e ne allarga la prospettiva scorgendovi un paradigma per ogni essere umano. Come Agostino, ognuno può, infatti, diventare un “vaso spirituale”. Questa volta Eckhart fa un passo in più e spiega in qual modo Agostino sia stato un mistico e dunque come possa essere un paradigma per gli altri: è col vivere la filiazione divina partendo dalla attualizzazione dell’immagine di Dio in lui. Così Eckhart dice che “tutto ciò che il vaso spirituale riceve è della sua natura. La natura di Dio è di darsi a ogni anima buona e la natura dell’anima è di ricevere Dio, in ciò che l’anima nasconde di più nobile. Là l’anima porta l’immagine divina [7]”. Ora questa immagine che ha una dimensione trinitaria è prima di tutto l’immagine del Figlio. “Perciò soltanto è giusto un uomo che, senza guardare altrove, si dirige direttamente verso il Verbo eterno. In lui viene formata la sua immagine, ne riceve il riflesso nella giustizia. Un tale uomo riceve là dove il Figlio riceve, ed è lui stesso il Figlio [8]”. Questo è stato il caso di sant'Agostino ed egli esorta gli altri a vivere la stessa esperienza. In questo sermone Eckhart va all'essenziale e non espone ancora la dialettica dell’immagine con la quale svilupperà la sua antropologia, ma nondimeno dà all'immagine un posto centrale, nella misura in cui per essa si realizza la filiazione divina.

[continua su su DimensioneSperanza.it]

___________
[1] Sermon 101, Sur la naissance de Dieu dans l’âme, Paris, Arfuyen, 2004, p.35.
[2] Sir 50,9: citazione ispirata dalla lettura dalla Scrittura per la festa di S. Agostino nel messale domenicano dell’epoca.
[3] Trad. J. Hess, in La Vie spirituelle 722 (1997), p. 87.
[4] Ibid. p. 88.
[5] “Mystique”, Encyclopedie saint Augustin. La Méditerranée et l’Europe IVe – XXIe siècle, Paris, Éd. Du Seuil, 2005, p. 986-992.
[6] Trad. J. Ancelet- Hustache, Paris, Éd. Du Seuil, 1974, t. I, p. 149
[7] Ibid.
[8] Ibid., p. 151.
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venerdì, febbraio 22

Cathedra Petri

«Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, 
sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; 
non per vile interesse, ma di buon animo».

«Sorgt als Hirten für die euch anvertraute Herde Gottes, 

nicht aus Zwang, sondern freiwillig, wie Gott es will; 
auch nicht aus Gewinnsucht, sondern aus Neigung».

«Paissez le troupeau de Dieu qui est sous votre garde, 

non par contrainte, mais  volontairement, selon Dieu; 
non pour un gain sordide, mais avec dévouement».


Il passo proposto, dalla prima Lettera di Pietro (5,2), contribuisce ad introdurre nelle prime comunità cristiane un senso di appartenenza ad un'unica ekklesìa, laddove al contrario il carattere policentrico dei nuclei di fedeli avrebbe potuto facilmente scivolare verso la frammentazione e la dispersione. La metafora del gregge - che Pietro utilizza in tutta la lettera e che dovrebbe derivare direttamente dalle parole del Cristo - mira proprio ad offrire un senso di unità indifferenziata tra i credenti, che - tutti insieme - sono l'unica vera Chiesa che ha riconosciuto la missione del Figlio nel mondo, "in mezzo a noi" (Gv 1, 14-17). Il destino dei credenti e del loro pastore, il Cristo, è così legato indissolubilmente e, a partire dalla Pentecoste e dall'Ascensione, lo sarà sempre più nella storia del mondo; i credenti, tuttavia, non sono fatti disperdere nel variare dei tempi, ma sono chiamati a farsi Chiesa, ad organizzarsi in un'unica comunità, che è il gregge di Dio (o, per buona parte della teologia, il corpo mistico di Cristo). Nel Vangelo, inoltre, si racconta che Cristo si preoccupa anche della prosecuzione di tale comunità nella storia, passandone il testimone ad una nuova guida umana: egli affida le chiavi della Chiesa agli apostoli e in particolare a Pietro, chiamato ora a farsi pastore degli uomini, ad immagine dell'unico vero pastore, ovvero Cristo stesso: "E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa" (Mt 16,18). Ecco perché per i cristiani la festività della Cathedra Petri romana, che cade oggi - 22 febbraio - assume un significato centrale nella storia della Salvezza.

Tuttavia entro il quadro generale rapidamente tratteggiato, l'interpretazione particolare del passo di Matteo 16,18 ha costituito uno dei problemi più dibattuti nei primi secoli della cristianità. Quello che era in discussione, difatti, era la forma di tale "affidamento", se esso fosse stato rivolto agli apostoli tutti (e dunque a chi ne fece le veci, i vescovi) o se esso fosse stato rivolto precipuamente alla figura di Pietro (e dunque al suo successore, il vescovo di Roma); se, in altri termini, l'autorità di guida della Chiesa e di decisione sulle questioni dottrinali e pastorali dovesse spettare al Concilio universale dei Vescovi - posizione vicina alle attuali Chiese Ortodosse - oppure al solo vescovo di Roma, il papa - come poi si andò delineando nella Chiesa romana, soprattutto dopo la riforma gregoriana. La "scandalosa" - in senso paolino - terza via, ma più vicina all'ambiente conciliarista, fu indicata dalla riforma luterana, che andava nella direzione di limare l'influenza delle mediazioni e gerarchie nella comunità, nella convinzione che Cristo non avesse affidato la chiave personalmente a Pietro ma che l'apostolo avrebbe lì simboleggiato ogni fedele; essi sarebbero stati dunque investiti del compito di stabilire un rapporto con Dio in prima persona, nella propria interiorità. Nei secoli, la Cathedra Petri che oggi festeggiamo assume dunque anche un senso profondamente politico, intrecciato con le vicende di potere dell'Impero, degli Stati, e delle famiglie aristocratiche d'Italia. Il potere universale della Cathedra si stacca dunque dall'Empireo delle speculazioni teologiche e si radica ben presto nel mondo degli uomini, a rappresentare bene quella paradossale sfida teologico-politica che la Chiesa ha lanciato al mondo: essere del mondo (pienamente immantente) e al contempo preparare l'Apocalisse delle genti, e in virtù della sua prospettiva trascendente al mondo, oltrepassarlo e indicare la strada in conformità alla Via, la Verità, la Vita dell'evangelo.

Un terzo aspetto dell'importanza odierna della festività cristiana è che in questi giorni la Cathedra Petri si prepara ad una nuova successione. Tra pochi giorni Joseph Ratzinger si chiuderà nel silenzio delle stanze della residenza papale di Castel Gandolfo, per poi "sparire dal mondo"; a Roma, forse ai primi di marzo, si aprirà il conclave per l'elezione del nuovo pontefice. Nel commento dei recenti avvenimenti non andiamo oltre; troppo frastuono e troppe malelingue hanno insozzato una decisione così epocale. A nostro avviso, chi ha indicato "motivazioni terrene" a sostegno della scelta - dai problemi interni tra correnti (soprattutto in Germania), allo scandalo della pedofilia, alle crisi di vocazioni e quant'altro - forse pecca di eccessiva preoccupazione sulle dinamiche della Chiesa terrena. La Cathedra Petri - abbiamo così cercato di mostrare - non consiste soltanto nella guida della comunità dei fedeli nelle scelte del mondo, ma è soprattutto ciò che indicavamo come primo aspetto: essa adempie al ruolo di pastore del gregge dei fedeli verso la Resurrezione. E perciò in merito a questo mirabile destino, incarnato in tutta la paradossalità umana dalla scelta del papa "dimissionario" Benedetto XVI, non possiamo che tacere.
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lunedì, febbraio 11

Nikolaus von Kues: man muss im „Partikulären“ verfahren

Von: Andrea Fiamma

In der Schrift De filiatione Dei1 versucht Cusanus das Verhältnis zwischen den Allgemein-Begriffen und der menschlichen Erkenntnis zu bestimmen. Er gebraucht ein alltägliches Beispiel:

Ein Malermeister möchte einen Schüler in der ars der pictura unterrichten. Dabei weil er nicht die allgemeine Erkenntnis der “ars pictoria” auf den Schüler direkt übertragen kann, muß er schrittweise fortfahren. Er muß ihn unterrichten:
i) zuerst, wie man eine Linie aufzeichen kann,
ii) dann wie man das Portrait eines Antlitzes mahlen kann
iii) und schließlich wie man ein Leinwandgemälde gestalten kann.
Der ganze Schulunterricht müß im „Partikulären“ verfahren. Denn jede Erkenntnis sei ein Einzelwissen. Cusanus sagt: «die Meisterschaft ist die Hinübernahme des Einzelwissens in die universale Kunst; zwischen beiden herrscht kein Verhältnis»2

Das heißt: wenn wir die Allgemein-Begriffe durch die ratio, die in der ordentlichen Reihenfolge von Zeit und Ort sich bewegt, erkennen möchten, müßen wir schrittweise vorgehen. Wir müßen zwar eine Reihe von „Einzelwissen“ entwickeln: die seienden Dinge müßen im Vernunft-Denken und durch ihr „im-Verhältnis-Sein“ (proportio) begriffen werden. Das Einzelwissen kommt aus den Sinneswahrnehmungen; die ratio nimmt die Ergebnisse, die aus der sinnlichen Erkenntnis kommen, und „berechnet“ dann die Eigenschaften der Dinge. Die Rechnung bestimmt die Verhältnisse zwischen den einzelnen Eigenschaften. Die Singularität der Eigenschaften kommt aus der Sinneswahrnehmung, die die Eigenschaften der Dinge als einzelne Eigenschaften nimmt (z.B.: die Größe, die Farbe, die Härte).

Die ratio erbaut die vielen Verbindungen zwischen den einzelnen species, weil sie die gemeinsamen Eigenschaften erkennt; am Ende kann sie eine Verhältnisgleichung zwischen den vielfachen species erstellen. Die Begriffe entstehen als „Einzelwissen“, weil sie aus der Sinneswahrnehmung kommen, aber werden in der ratio vernetzt. Die ratio schafft so die Begriffe als Netztwerke zwischen den einzelnen species. Schlußendlich ist: das „im-Verhältnis-Sein“ also ein Produkt der ratio, in dem, aus dem Partikulären, die Allgemein-Begriffe gebildet werden. Das Mittel dieser Produktion ist die Verhältnisgleichung (proportio). 

Wir können nicht unmittelbar die Allgemein-Begriffe erreichen, wenn wir nicht durch das Partikuläre laufen: «in dieser Welt mühen wir uns mittels der Sinne, die nur einzelnes erreichen. Wir werden von der sinnlichen Welt der Einzeldinge zu der universalen Kunst hinüber befördert, die in der Geistwelt ist»3. Es gibt allerdings keinen aristotelischen „Aufbau“ von den sprachlichen Strukturen des Seienden zu den Bezeichnungen, weil Cusanus denkt daß die Sprache aus menschlicher und konventioneller Übereinstimmung kommt, die das Vernunft-Denken vermittelt.

___________
1 Nikolaus von Kues, De filiatione Dei in Textauswahl in deutscher Übersetzung, Heft 5: Über Gotteskindschaft, Deutsche Übersetzung von Harald Schwaetzer, Trier: Paulinus-Verlag, 2001.
2 Ibid. (57,1)
3 Ibid. (57, 5)
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