02 dicembre 2009

Un socialista ortonese del primo dopoguerra

Giorni fa ho sfogliai un vecchio libro di foto storiche ortonesi, risalente, credo, agli anni 50. Ortona nel primo dopoguerra era una piccola città, forse più "stretta" e rustica di quanto non lo sia ora, tutta raccolta su un centro medievale, con tanto di mura, Castello e Basilica. Tutt'intorno, la campagna scandiva il ritmo degli ortonesi, che abitavano grandi appezzamenti di terra, ancora in possesso di pochi signorotti. Costoro, da contare su un palmo di mano, restavano potenti nonostante il passare delle due guerre e l'avvento della democrazia. Il porto era appena sviluppato e benchè la zona vecchia fosse abitata da pescatori e gente di mare, il paese rimaneva fondamentalmente dedito all'agricoltura e al latifondo. Tra le foto, me ne colpì una, che raffigurava un lungo corteo funebre, alla testa del quale spiccavano autorità e borghesi del tempo e alla cui coda si trascinavano contadini e gente mal vestita. Chiesi informazioni sulla situazione perchè mi incuriosiva l'identità dell'uomo a cui ricchi e contadini davano l'addio. Forse si trattava di un prete, pensai, ma non sapevo certo spiegarmi la strana coincidenza: tutti a salutare lui. Ma ancora meno so spiegarvi il mio grande stupore quando seppi che il defunto era un funzionario dello Stato e in particolare l'esattore delle tasse. Contadini, operai e gente d'ogni estrazione stava dando l'addio ad un uomo che probabilmente bussò spesso nelle loro case in cerca di soldi e ad arrecare, seppur indirettamente, disturbi e problemi. Qualcosa non tornava. Certo, per i borghesi e i latifondisti s'intende, ma come spiegarsi il dolore della povera gente? Quell'uomo, mi dissero, era un socialista. Era un vero socialista, uno che ci credeva sul serio. Era uno che non si faceva problemi ad allungare le scadenze di pagamenti o a pagare di tasca sua per chi non aveva nulla. Il tutto nel silenzio più nero, perchè il buon cristiano era convinto che la mano destra non dovesse sapere l'elemosina della sinistra. L'uomo se ne andò di soppiatto, così come nella sua vita aveva vissuto: anonimo dinanzi ai grandi riflettori; ma dietro di lui, sfilarono l'amore e la gratitudine degli Ortonesi. Socialisti veri, gente "andata" e signori d'altri tempi che oggi trovano spazio solo nelle fiabe e nei racconti di vecchi paesani.

01 dicembre 2009

Come il Maestro

Oggi volevo prendere spunto da una citazione di Charles De Foucauld che stamattina ho trovato sul blog dell'amico Carmine Miccoli, "...In purissima follia!" e che tratta di unione con il Cristo. Il tema Cristologico è, come prevedibile, il primo riferimento della mistica cristiana, nella quale quelle scale di visione e quelle tematiche paradossali che presero piede nella tradizione mistica "pagana", si affiancano alla buona novella del Cristo, il cui exemplum venne indicato come modello di vita santissima. L'accento fortemente etico che molti autori medievali hanno posto sulla buona novella traspare anche nelle righe degli scritti di Charles Eugène de Foucauld, recentemente beatificato da papa Benedetto XVI.
“La perfezione sta nell’essere come il Maestro… Il nostro Maestro è stato disprezzato, il servo non deve essere onorato; il Maestro è stato povero, il servo non deve essere ricco; il Maestro ha vissuto col lavoro delle sue mani, il servo non deve vivere con le proprie rendite; il Maestro andava a piedi, il servo non dovrebbe andare a cavallo; il Maestro stava in compagnia dei picco­li, dei poveri, degli operai; il servo non deve stare insieme ai grandi signori; il Maestro è passato per un operaio, il servo non deve passare per un gran personaggio; il Maestro è stato calunniato, il servo non deve essere lodato; il Maestro è stato mal vestito, mal nutrito, male alloggiato, il servo non deve essere ben vestito, ben nutrito, bene al­loggiato; il Maestro ha lavorato, si è affaticato, il servo non deve riposarsi; il Maestro ha voluto apparire piccolo, il servo non deve voler apparire grande… ”

Charles De Foucauld
Il brano rende manifesto come l'atteggiamento di Charles sia di totale aderenza all'esempio storico del Cristo. La sequela Christi è qui radicale. Tuttavia a mio modo di vedere siamo ancora su un livello orizzontale. Dal mio punto di vista - e da quello dei miei autori di riferimento - l'esempio del Cristo costituisce sì la guida massima e perfetta di vita cristiana, ma l'esercizio di quella virtù non coincide certo con la visione di Dio. L'esercizio delle virtù occupa un gradino ben preciso, costituisce una disposizione ben determinata, ma l'anima attende ancora di essere elevata e di toccare Dio. La critica che vorrei muovere a questo passo è quella di essere "eccessivamente" Cristico. Ossia, il richiamo del Cristo alla povertà e alla solitudine non indica tanto una povertà e una solitudine materiale o esteriore; il Cristo non ha mai elogiato la povertà o la vita eremitica ma si è mosso su un piano ulteriore: sii povero di Spirito, non povero nella carne! Ecco che il distacco non va tanto esercitato sulle cose materiali - ben inteso che la disposizione va curata aderendo alla vita del Cristo - bensì nello Spirito. La povertà è povertà delle passioni, dei pregiudizi, delle incrostazioni "umane troppo umane" che appesantiscono l'anima. La solitudine non è il fuggire l'uomo ma saper stare "da solo", fare i conti con la propria anima e saper scendere in quella cittadella interiore che ognuno ha in sè. Allora divenire il Cristo, realizzare l'unione mistica, non consiste solo nell'esercitare il distacco materiale bensì significa muoversi su un piano decisamente più alto - e, al contempo, più "basso", ossia più vicino al "fondo" dell'anima. E' bene tenere distinti il mezzo e il fine: l'esercizio delle virtù francescane può certo aiutare la visione ma non si tratta del vero distacco, che anela ad un piano ulteriore.

28 novembre 2009

Fiaba sull'ideologia

Immaginiamo un mondo fatto di linee e numeri. Immaginiamo inoltre che la vita sulla Terra sia come una linea su un piano cartesiano e che i suoi abitanti siano come dei numeri: 0; 0,1; 0,447; 1; 2,1 ; 3 etc. I numeri nascono dalla stessa unità di misura, quindi sono per natura tutti uguali, eppure ognuno ha nomi diversi e ha una "famiglia" differente. Ci sono i numeri pari che vantano nel 2 un loro valoroso antenato o i numeri primi che sono un po' la crema della società. Ci sono i multipli di 3 o i divisori di 96. Insomma, tra di loro v'è una fitta rete di legami. I beni e le fortune non sono copiose neanche in questo mondo e così i numeri tra lo 0 e l'1 (0,11; 0,2537; 0,24) lamentano il duro lavoro nelle fabbriche e la scarsa considerazione che i vertici hanno di loro. Un giorno iniziarono a formarsi partiti: alcuni in nome della "purezza" dei numeri primi, altri in difesa dei numeri deboli etc. etc. Ebbene, un bel dì i numeri naturali si organizzarono in un partito e con difficoltà presero il potere. Il partito degli NN portava avanti un'ideologia particolamente dura, che faceva leva su schemi rigidi e persino razziali. Gli NN per un buon ventennio dominarono il piano cartesiano e furono, ahimè, cause di guerre e dolore. Una volta fatto finire il periodo di tirannia dei Numeri Naturali, l'ideologia degli NN venne messa al bando culturale. Cos'è il bando culturale? E' una particolare forma di sdegno e isolamento a cui viene sottoposto un gruppo o semplicemente una corrente di pensiero. In quell'ipotetico mondo post-guerra, nessuno nominava il nome degli NN senza un brivido sulla schiena: nessuno osava far riferimento agli NN e, anzi, dal gruppo che liberò il piano cartesiano venne proposta una legge che vietava qualsiasi forma di nuovo associazionismo che si ispirasse agli NN. Il gruppo in questione era quelli dei Numeri Relativi. Costoro sbandieravano tra i propri valori la Libertà e la "Relatività" e consideravano l'ideologia degli NN come il male peggiore del piano cartesiano. Come finisca questa storia non so, ma posso dire con certezza che i numeri-operai scoprirono loro malgrado che i numeri relativi in realtà stavano soggiacendo alla stessa rigidità, alla stessa cecità, allo stesso razzismo dei Numeri Naturali, nonostante ne prendessero continuamente le distanze. Dopotutto i Numeri Relativi erano solo Numeri Naturali con un segno "meno" davanti.

Una delle proprietà più interessanti delle ideologie è la capacità di dare vita ad opposti perfettamente simmetrici. L'ideologia difatti gioca spesso a nascondersi tra gli opposti dualismi e sopravvive in forme mutate. Il funzionamento di questo meccanismo, che sto cercando di portare alla vostra attenzione con questa piccola fiaba da me appena composta, è simile a quello che nella nostra cultura sono l'anti-fascismo, l'anti-americanismo, l'anti-berlusconismo, l'anti-comunismo etc. etc. Ma non voglio esser rigido anch'io: non sempre questi anti- sono i simmetrici degli "originali", eppure per dare vita ad una nuova Italia e ad una Nuova Europa è necessario problematizzarli e scavare nelle loro ragioni più profonde. Troppo spesso, invece, l'Italia è vittima dell'accettazione acritica di molti cittadini, soprattutto di chi, con arroganza, crede di avere un occhio obiettivo sul passato solo perchè qualche volta ha sfogliato un manuale di liceo.

26 novembre 2009

M.Eckhart e l'uomo nuovo

Nella concezione di Meister Eckhart, la visio Dei è possibile solo per l’uomo pienamente distaccato, ossia per colui che ha rinunciato a sé stesso e al proprio io psicologico, come insegnava Platone nel Fedone e come testimonia la parola di vita del vangelo di Cristo. Pertanto colui che ha realizzato quell’Entbildung e quella Gelassenheit a cui Eckhart continuamente richiama, ha svuotato il tempio della propria anima ed è pronto per ricevere il Verbo supremo:

Ora io dico: come può avvenire che il distacco dell’intelletto senza forme né immagini riconosca in sé tutte le cose, senza rivolgersi verso l’esteriorità e trasformare se stesso? Dico che ciò deriva dalla sua semplicità: più l’uomo è puramente e semplicemente distaccato da se stesso in se stesso, più semplicemente riconosce ogni molteplicità in se stesso, e permane immutabile in se stesso.

M. Eckhart, Sermone “Homo quidam nobilis”, in Sermoni tedeschi, a cura di M.Vannini, Adelphi, Torino 1985, p.243.

Per tutta la tradizione neoplatonica e per la mistica cristiana, al fondo dell’anima umana v’è un “tempio” dove dimora Dio stesso - il Padre dei lumi - e, per attingervi, l’uomo deve essere puramente distaccato, ossia deve abbandonare ogni immagine e farsi semplice, simile a Dio e rendendosi degno di riceverlo. Scrive M.Vannini: «Lo spogliarsi dall’accidentalità dell’io psicologico deve perciò essere completo; il distacco si deve esercitare non tanto nell’esteriorità, quanto nell’interiorità, tagliando via alla radice l’autoaffermatività, la volontà di essere, di avere, di potere che è implicita nell’io psicologico proprio in quanto esso è separato dall’universale, ovvero è determinato, personale». Solo a questo punto l'uomo può scendere nel vero io, può attingere alla propria favilla, toccare il fondo della propria anima (Grund) e dimorare nella propria cittadella interiore. Solo allora morirà l'uomo vecchio dell'egoismo e la luce della grazia potrà illuminare l'anima e dare vita all'uomo nuovo dello Spirito.

20 novembre 2009

Involucri Lapidei

L’associazione Culturale “OfficinaOrtona”, in collaborazione con la Facoltà di Architettura di Pescara, è lieta di invitarVi all’inaugurazione della mostra “INVOLUCRI LAPIDEI – L’uso della pietra per l’abitare contemporaneo”, Mercoledì 2 Dicembre dalle ore 18.00 presso la Sala Convegni del Polo Eden in c.so Garibaldi ad Ortona (CH).
Nell’occasione saranno esposti alcuni progetti degli studenti della facoltà di Architettura di Pescara frutto di laboratori e tesi di laurea che presentano l’interesse per la ricerca sull’utilizzo della pietra nell’abitare contemporaneo.
Gli elaborati, sintesi del seminario tecnico-scientifico tenuto dai proff. Domenico Potenza e Francesco Girasante, mostrano i materiali presentati a Verona durante le edizioni 2008 e 2009 del MARMOMACC (curate dagli architetti Natalia Risola e Tiziana Latorre).

PROGRAMMA DEL CONVEGNO

Saluti:
• Associazione culturale "Officina Ortona";
• Amministrazione del comune di Ortona;

Interventi:

Francesco Girasante;
Facoltà di Architettura di Pescara.
Responsabile del seminario tecnico scientifico sugli involucri lapidei;

Luigi Cavallari;
Facoltà di Architettura di Pescara.
Presidente del corso di laurea in Tecniche del Costruire;

Ludovico Micara;
Facoltà di Architettura di Pescara.
Presidente del corso di laurea in Architettura;

Giovanni Vaccarini;
Architetto.
Progettista dell’ampliamento del cimitero di Ortona;

Margherita Fellegara;
Architetto.
Funzionario del settore urbanistica del comune di Ortona;

Coordina:
Domenico Potenza;
Facoltà di Architettura di Pescara. Responsabile del seminario tecnico scientifico sugli involucri lapidei.

La mostra sarà aperta dal 2 al 6 Dicembre 2009 presso la Sala Convegni del Polo Eden in c.so Garibaldi ad Ortona (CH).

13 novembre 2009

Ferdinand Ebner sulla Parola: l'origine, il futuro

Volevo segnalarvi una mia recensione al volume di F.Ebner, Proviamo a guardare al futuro, appena tradotto da Nunzio Bombaci per la casa editrice Morcelliana. La lettera del testo è stata davvero stimolante soprattutto per la vista "ad amplio raggio" di Ebner, che spazia dalla filosofia alla scienza, alla biologia fino alla Sacra Scrittura. In un futuro intervento vorrei inoltre mettere in rilievo l'idea che ha Ebner della mistica, dato che cita Eckhart e, più frequentemente, Silesius. Per ora vi lascio alla lettera della recensione sul sito del Giornale di Filosofia della Religione, che da qualche tempo ospita gentilmente i miei interventi:

Versuch eines Ausblicks in die Zukunft è l'appello che Ferdinand Ebner rivolge ai lettori dei suoi Fragmente nell'autunno del 1929 e che Nunzio Bombaci propone nella presente edizione italiana (Morcelliana, 2009), accompagnata da una prefazione di Silvano Zucal. La riflessione di Ebner muove da una considerazione storico-critica sulla rilevanza filosofica della grande guerra, che viene additata come la testimonianza peggiore della «bancarotta culturale e morale dell’uomo europeo». continua qui

05 novembre 2009

Il crocifisso nelle scuole e l'uguaglianza delle religioni

Il crocifisso è una cosa seria. Passeggiando per la cittadella più volte troverete questo assioma riproposto, anche se non in forma esplicita; è una cosa seria perchè non si gioca nè con i simboli nè con la tradizione. Non vi è dubbio che la recente sentenza della Corte europea è quantomeno discutibile, ma credo che davvero deprecabile sia il polverone alzatosi in questi ultimi giorni, che sta creando un clima pseudo-referendario del tipo "crocifisso Sì- crocifisso No". Ancora una volta l'opinione pubblica italiana non ha perso l'occasione per ridurre una tema decisivo per l'educazione delle giovani leve ad una questione di "partiti", di schieramenti e opposizioni; la prossima mossa, magari, sarà qualche carnevalesca manifestazione, da un lato in nome della libertà e del libero pensiero o dall'altro in nome della famiglia e della santità. Eppure al di sotto di questa radiosa Italia sta scorrendo un fiume non troppo visibile, un corso d'acqua che sta direzionando il cammino dell'umanità attraverso alcune idee cardine e sta ponendo dei paletti da valutare e analizzare con serietà.

Nella pagina di Repubblica che vi avevo segnalato e che ripropongo qui sono presenti le reazioni della nostra "classe dirigente", reazioni più o meno condivisibili e che sono tutte improntate alla critica o all'apprezzamento di un passo ben preciso della decisione, ossia quando si afferma che il crocifisso «può essere di "incoraggiamento" per i bambini già cattolici, può invece "disturbare" quelli di altre religioni o gli atei». A mio avviso non è tanto da discutere questo tipo di concezione, quanto le motivazioni e le convinzioni che portano la Corte a formularle. Difatti alle spalle di questa decisione c'è l'idea che le religioni siano semplicemente delle diverse forme di approccio al divino, magari da vivere nella solitudine della propria intimità, quasi nascondendo il proprio credo al mondo civile. D'altronde troppo spesso questa convinzione di stampo liberale è passata come il metodo efficace e serio di vivere la religione.

Non mi dilungo su questo punto, anche perchè l'approfondimento può essere affidato a tanta letteratura filosofica* e religiosa, ma vorrei riflettere su un'idea espressa poc'anzi e che forse troppo spesso passa inosservata perchè comunemente ritenuta ragionevole, ossia sulla presunta uguaglianza delle religioni. A mio modo di vedere per dare inizio ad una riflessione cosciente sul nostro essere europei non possiamo non partire dall'idea che le religioni non sono tutte uguali. Questa è la tesi che oggi volevo sostenere. Da che punto di vista non sono uguali e perchè? Non mi riferisco alla presunta veridicità o concretezza di una religione piuttosto che un'altra, nè ho intenzione di riformulare la classica argomentazione dei Padri o dell'Agostino del De vera religione, secondo il quale una religione è vera nella misura in cui si avvicina alla verità, ossia a Cristo; nè ho intenzione di fare riferimento al cusaniano De pace fidei o al Lessing dell'Educazione del genere umano, ma provo a formulare delle espressioni differenti, benchè a questi autori sia inevitabilmente debitore.

Dal mio punto di vista le religioni non sono tutte uguali perchè, banalmente, occupano posti differenti dinanzi alla nostra storia e alla nostra tradizione. Il cristianesimo è un elemento fondamentale della nostra cultura d'Occidente e credo che negarlo sia in qualche misura disonesto. Difatti anche qualora la religione cristiana viene vissuta con rifiuto, persino sdegno, essa viene in ogni caso assunta, in maniera più o meno cosciente, dall'individuo. Per il fatto stesso che un uomo nasce in questo paese, egli entra in relazione con il Cristianesimo, anche quando la propria "cristianità" viene vissuta come chiusura. L'ateo non sarà mai semplicemente ateo, ma è ateo perchè ha vissuto come chiusura la propria relazione con il cristianesimo. Così come l'asceta non è mai solo asceta, ma è sempre qualcuno che vive una relazione con la comunità, anche se questa relazione è espressa come chiusura - e anche qui, bisogna vedere fino a che punto. La tradizione pervade ogni carattere della nostra esistenza e illudersi di poter fare tabula rasa
e stabilire a tavolino che un ragazzo possa scegliere senza vincoli tra una religione piuttosto che un'altra, è una semplice illusione; è un'illusione del peggiore illuminismo e che ancora oggi dirige la crescita dell'Europa. Questo bisogna porre in discussione.

Ecco che il crocifisso - che poi è un segno e dev'esser trattato come tale e non come un'oppressione filo-cattolica verso chi a questo segno non si avvicina - deve essere esposto in bella mostra nelle nostre aule. Nello stesso senso a scuola deve essere insegnata la religione cattolica e non una vuota "storia delle religioni", come ho recentemente sentito proporre. Lo studente del nuovo millennio è già distante da una riflessione su sè stesso per vari motivazioni esterne alla Scuola e se non viene stimolato e instradato a prender coscienza dell'ambiente in cui vive, della tradizione che lo ha formato e che ancora ne scandisce inevitabilmente la vita - si pensi, banalmente, al calendario e alla divisione della storia in a.C e d.C - se non si forniscono ai ragazzi gli strumenti e l'ambiente giusto per fare tutto questo, allora la nostra società continuerà a direzionarsi verso un futuro senz'anima. Insegnare religione cattolica nella Scuola dell'obbligo ed esporre il Crocifisso non sono allora dei sistemi oppressivi o discriminanti ma sono modi per far sì che un elemento decisivo della nostra cultura, ossia il Cristianesimo, non venga ideologicamente offuscato o persino nascosto ai nostri discendenti, evitando così di offrire loro i mezzi adeguati per costruire una nuova Europa sana e democratica.




*Su questo tema, cfr. H.Spano, Religione, etica e laicità, Fridericiana Editrice Universitaria, Napoli 2008. Si tratta della raccolta degli atti di un recente convegno dell'Associazione Italiana di Filosofia della Religione, nel quale questa tematica è stata ben discussa.

27 ottobre 2009

Intervista per AbruzzoCultura

Segnalo con piacere un'intervista che ho rilasciato per AbruzzoCultura, nella quale ho accennato alla filosofia e all'associazione "Officina Ortona":

Intervista ad Andrea Fiamma, presidente dell’associazione culturale “Officina Ortona”.

Quando e come è nata l’Associazione?

«L’associazione Officina Ortona nasce ufficialmente lo scorso anno, il 7 novembre 2008, grazie alla cooperazione e all’energia di alcuni ragazzi ortonesi, uniti dall’interesse verso la nostra bella città. In effetti possiamo dire che l’associazione nasce non tanto da una decisione o da un evento, ma da un “sentire comune“, da una voglia di partecipazione attiva alla crescita di Ortona, anzitutto dal punto di vista culturale e artistico. In particolar modo ci premeva . . .

leggi tutto l'articolo sul sito di AbruzzoCultura cliccando "qui"

24 ottobre 2009

Risposta a Sgubonius sull'Incarnazione

Caro Sgubonius, anzitutto devo scusarmi per il colpevole ritardo con cui ti rispondo ma altri impegni mi hanno tenuto lontano dalla Cittadella, almeno per una risposta lucida alle questioni sempre stimolanti che poni. Il problema è enorme e provo a dargli maggiore "dignità" nel blog, discutendolo in questo topic. Come potrai immaginare provo a dare uno sguardo anche ai tuoi precedenti interventi, nei quali citavi la questione dell'immanenza.
Tu dicevi giustamente che questi autori medioevali sono più "cristiani" di quanto un formalismo filosofico come il mio possa evidenziare, mi piacerebbe quindi ravvvivare se ti va la questione chiedendoti in poche parole cosa intendi per "cristiano", e da qui partire!
Un suggerimento che posso darti è quello di stare attento a Deleuze, perchè anch'egli, come tutti, legge la storia della filosofia secondo determinate direttive; il passo che hai citato mi sembra fortemente discutibile, almeno nel passaggio in cui assimila Cusano e Bruno a Spinoza, quasi che si creassero delle "scale" preparatorie a Spinoza. E' vero che Spinoza legge Bruno e, di conseguenza, Cusano, ma, ancora un volta, legge questi autori da una lente particolare. Non conosco bene Spinoza perciò non so se ha avuto modo di leggere Cusano direttamente o solo tramite la mediazione di Bruno; ammettendo questa seconda ipotesi come vera, ad esempio, il Cusano di Spinoza sarebbe un Cusano davvero molto lontano "dall'originale", perchè sarebbe figlio di una lettura (particolare) che si basa sui dati Bruniani. Devi inoltre contare che il Cusano di Bruno è parziale e di scarsa aderenza filosofica anche perchè tra i due sono passati ben 100 anni, nei quali gli scritti del Cusano hanno avuto una sorte travagliata (non mi sembra il caso di parlarne in questa sede). Dal tuo canto è lecito appoggiare la lettura di Deleuze ma quando accenni a Cusano e Bruno o a qualsiasi altro autore citato da Deleuze, devi tener presenti le varie lenti.

Perchè ho fatto questo discorso da professorino? Perchè mi sembra che tu cada nella tentazione di equiparare l'immanentizzazione del Principio (concetto filosofico) all'Incarnazione (concetto teologico), facendo confusione tra i piani. Ora, non so se Deleuze stesso l'intenda così, o se altri autori - persino cattolici, tutto può essere - leggano l'Incarnazione in questo modo, ma posso dire che storicamente il tentativo non ha nulla a che fare con i mistici. E riprendo la prima risposta che ti davo, nella quale non sono stato certo esplicito:
Quanto scrivi sull'immanentizzazione della sostanza è vero, anche se a mio avviso è un modo errato di intendere l'incarnazione per questi autori, che sono molto più "cristiani" di quanto non sembri.
Credo sia importante separare la questione filosofica dell'essere dall'Incarnazione in quanto tale. Certo, l'incarnazione indubbiamente "avvicina", mettiamola così, Dio all'uomo, ma questo non deve esser confuso con la "distanza" tra il Principio e l'Essere perchè Dio non è = a Principio così come Essere non è = a uomo. Bisogna saper distinguere. Essere Cristiano per il mistico - e concludo - significa esser Cristo stesso: sequela Christi. Nulla a che fare con l'Essere. Se poi vogliamo parlare dell'apparato dottrinale e filosofico che sorregge tale sequela Christi allora dobbiamo affronatre il neoplatonismo, ma questa è, per l'appunto, una visione filosofica che ha certamente a che fare con l'immediatezza e la naturalità con la quale i mistici hanno assunto il messaggio Cristiano, ma non è determinante per "dirsi" Cristiani o meno. Grazie.

11 ottobre 2009

Il valore dell'esistenza - perchè il cristianesimo e non il buddismo.

Isolo una breve sezione del mio Commento al De visione Dei nella quale tento di mostrare lo scarto tra una prospettiva neoplatonica pagana e quella cristiana, ben tratteggiata dagli scritti del Cusano. Il testo qui proposto vuole inoltre esser polemico con tutte quelle tendenze New age o filo-buddiste che di questi tempi vanno tanto di moda, ma che si scoprono facilmente come illusorie e incapaci di render ragione della singolarità dell'esistere. Il Cristianesimo medioevale, soprattutto di matrice neoplatonica, trova proprio nell'unicità e nell'irripetibilità della vita, un carattere decisivo per la conoscenza e l'agire.

La natura umana non è un semplice “contratto” da ricondurre ad Unum; l’esistenza non è semplicemente un “contratto” qualsiasi nell’universo, un nulla che al nulla deve tornare, ma ha valore di per sé. La vita è pertanto un dono stupendo, di cui l’uomo dispone per un tratto di strada e per una breve sezione di tempo. Il compito dell’homo viator è allora quello di rendere la propria vita degna d’essere vissuta, utilizzando la libertà concessagli per dirigersi verso Dio e non verso il male; perché dirigersi verso Dio, rendersi simile a lui, capace di vederlo, è per l’uomo la realizzazione compiuta della propria essenza umana e la massima fonte di felicità e beatitudine. La visio dei umana acquisisce allora tutta una rilevanza etica fondamentale e non rimane aggrappata al mero ambito teoretico. Non stupisce allora come la via non sia indicata tanto da dei precetti teoretici né da concetti, bensì sia tracciata dall’esempio vivo del Cristo, della seconda persona della Trinità incarnatasi in questo mondo.

da Andrea Fiamma, Commento al De visione Dei, cap. 8.1